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ERNESTO GENTILINI

ERNESTO GENTILINI

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» Discipline:
sculture

pittura contemporanea

ALTIPIANI DI ARCINAZZO (FR), IT

PITTORE E SCULTORE

Note bibliografiche ed Attività lavorativa. Fin da giovanissimo sente una forte attrazione verso l’arte. Viaggia in molti paesi europei: Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda ed altri ancora, dove conosce i capolavori dei grandi maestri. Nel 1963 torna in Italia. Frequenta artisti come Pericle Fazzini, William Congdon, Benedetto Tozzi, Enzo Roberti, Carlo Toppi e lo scrittore Stefano d’Arrigo. Allestisce la sua prima mostra personale nel 1970 a Roma, nella sede della Dante Alighieri, quindi nel ‘72 a Cremona alla Galleria Cremona Proposte e nel ‘73 in Venezuela nel Museo di San Felipe Yaracuy. A Roma frequenta lo studio di Pericle Fazzini e di Lamberto Ciavatta . Conosce altresì Antonio Vangelli e Ennio Morlotti. Partecipa ed Allestisce mostre in tutto il mondo. Dal 1988 al ‘95 cura per Alitalia l’iconografia delle due riviste di bordo Ulisse 2000 e Arrivederci. Vive e lavora agli Altipiani di Arcinazzo, vicino Roma.

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» TESTI CRITICI

NINO D'ANTONIO:REALTA’ E LIRISMO  


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NINO D'ANTONIO:
REALTA’ E LIRISMO

 

 

Il rischio è quello di farsi coinvolgere dalla forza della rappresentazione. E di cedere, su questa strada, alla suggestione del colore (sapiente, ben dosato, vibrante nel variare dei toni); e alla sicurezza dell’impianto (sempre all’insegna di un felice equilibrio), fino al punto di rinunciare – compiaciuti – ad ogni riflessione sul contenuto delle opere.

Così sono proprio le doti espressive dell’artista, o la perizia dinanzi a certi nodi del linguaggio a legittimare la fuga dell’osservatore dall’impegno – e dalla partecipazione, direi – che la pittura di Ernesto Gentilini richiede.

Una pittura in apparenza – e solo in apparenza – d’impronta realistica, ma che a ben vedere si alimenta soprattutto di sentimenti, emozioni, memorie. In un coacervo dove immagini remote, fotogrammi sfocati, lacerti di storie provenienti dai luoghi perfetti dell’infanzia si mescolano a presenze attuali, inquiete, insospettabili.

Due mondi continuamente accostati e confusi: la memoria e il presente, il dato sentimentale e quello reale, “il dentro e il fuori”. Una sorta di mix portato avanti sul filo di una complessa partecipazione emotiva, la quale s’insinua e via via prende corpo, fino a stravolgere spesso l’originario progetto dell’opera. O meglio, la serena fase di avvio cede progressivamente spazio a quell’urgere di “spinte”, fra mente e cuore, che il pittore accoglie e governa attraverso le immagini costruite dal colore.

Questo spiega perché la pittura di Gentilini non è riconducibile entro i confini di un realismo tout court, o di una figurazione di buona scuola. I canoni dell’uno e dell’altra sono frequentemente disattesi, e l’ispirazione del pittore appare piuttosto legata al vario atteggiarsi delle figure, spie di quei comportamenti e di quegli stati d’animo, che il colore traduce con felice immediatezza.

Figure in gran parte femminili, appena definite e senza tratti somatici, rese per intero (e allora i corpi sono piegati su se stessi, raccolti, in posizione quasi fetale, come a difesa di una inviolabile intimità: Ippolita e Colore di Luna); o tagliate in vita, con primi piani di forte impatto: Figura gialla e Figura azzurra; o ancora rappresentate a coppia, in atteggiamenti teneri e amorevoli, dove le figure si aprono con più respiro alla natura intorno: e penso a opere come Profumo di prato e Figure all’alba.

Perché – e anche questo non può sfuggire a una lettura che non sia strettamente sensibilistica – le figure di Gentilini, riproposte con infinite varianti all’interno di una circolazione ristretta e quasi domestica, vivono sullo sfondo di una natura mossa, dalla cromia vivace, in dissonanza o in sintonia (il blu e il giallo, i bruni e l’ocra) con essa.

E qui, fra il variare delle stagioni e dei giorni, dove non c’è posto per la città e i suoi edifici, la natura terragna di Gentilini – quella che ad onta dei suoi lunghi soggiorni all’estero continua a portare dentro di sé – campeggia incontrastata. Una natura abbozzata e rapida, che l’osservazione quotidiana ha sviscerato in ogni aspetto e che un rapporto di confidenza carica di valori sentimentali e trasforma in abitudine di affetti. Così, ancora una volta il dato esterno perde la sua oggettività, e il paesaggio assume i caratteri, le forme e i colori con i quali l’artista l’ha rivissuto.

Ma l’elemento che colpisce anche l’osservatore più frettoloso, è l’impianto delle figure di Gentilini, la loro struttura, l’anatomia che si avverte al di là delle vesti. Sono immagini ferme, bloccate, con una massa corporea che sembra venire dalla terra, germogliata da essa. Per cui viene quasi da ipotizzare il disperato tentativo dell’artista di ancorare queste donne alla bellezza e alla quiete dei suoi monti.

Di certo, siamo dinanzi a immagini forti, portate avanti con un segno iconico, capace di costruire volumi, e rese ambigue e misteriose dall’assenza del volto e dall’uso di una colorazione insolita (eppure controllatissima e suggestiva), dove l’immagine sconfina in un paesaggio indefinito, e viceversa.

Una colorazione che trova il suo punto di forza nella luce, che il pittore sottrae al controllo dell’occhio in quanto è la “sua” luce, quella creata perché il racconto assuma particolari valenze e la coscienza unifichi figura e natura, donna e paesaggio. Siamo di fronte a cromie quanto mai personali, che l’originale taglio delle immagini (non più ispirato al classico impianto prospettico a più piani, ma ad un impaginato mosso e assai vicino alla resa cinematografica) contribuisce ancora di più a esaltare.

Resterebbe a questo punto da soffermarci sulle nature morte. Che certamente rappresentano il momento più naturalistico della ricerca di Gentilini e quello che meglio riflette il suo amore per la terra e i suoi frutti. Sono dipinti che vivono di una figurazione libera e immediata, che traspare soprattutto dall’uso di una tavolozza meno attenta e controllata. Qui è infatti la capacità compositiva e ancor più l’equilibrio tonale a tenere banco, in una rappresentazione - Fiori gialli e Fiori blu – che tende a ricreare le forme, segnandone fortemente i confini.

Ma a quale filone è riconducibile la pittura di Ernesto Gentilini? In rapporto alla nostra diversa confidenza con l’arte, il ventaglio delle ipotesi si allarga, anche se il meccanismo degli echi e dei riferimenti nasce solo dalla sapienza dell’osservatore. Perché la ricerca di Gentilini, mentre sembra riconducibile a precise filiazioni, in sostanza si sottrae a qualsiasi etichetta, che non sia quella generica di una figurazione, dove l’immagine ultima non è che l’approdo di un travagliato processo di selezione e di sintesi. Un processo nel quale l’emozione, con quanto comporta di spontaneo e d’immediato, trova sfogo attraverso la funzione espressiva del colore. Può sembrare poca cosa. E invece è una ricerca da condurre di volta in volta, senza cedere, da un lato, a una narrazione d’istinto, e dall’altro alle tentazioni di un facile cerebralismo. Un capolavoro di equilibrio, indispensabile per dar vita a immagini cariche di suggestioni e di poesia. Quali ritroviamo -compiute e convincenti – nella pittura di Gentilini.

 

(Nino D’Antonio)



LUCIO BUSI:

Ernesto Gentilini

 Cielo, membrana che racchiude piacere e dolore, vizio e peccato, gioia, innocenza, inquietudine e purezza.

Cielo e terra, placenta, protezione allo scalpitare della vita. Realtà, soggetto ed oggetto, natura e uomo che si identificano in un’unica realtà.

In Gentilini non c’è rivolta contro la società né contro la ragione e quindi contro la pittura per l’affermazione dell’antipittura; egli cerca di individuare non tanto la realtà esterna quanto quella interna di organismo psichicamente impulsivo, di condizione umana al di fuori dell’ottimismo di formulazioni razionali troppo schematiche; una realtà che non si identifica col reale che tutti osservano, ma va oltre; penetra nell’organismo percependone le molteplici alterazioni.

La sua realtà non trae forma dalle profondità inconscie del suo essere, ma attraverso esse si matura: la realtà visiva si trasforma ed esplode in molteplici umori, si modifica e sconvolge, penetra sino alle origini, osserva l’eccitamento del fiore impollinato, sente lo scorrere della linfa, ascolta la vita.

Gentilini rifiuta ogni contributo che gli giunge dall’apparenza naturale delle cose. La natura incontaminata che circonda il suo studio di Vallepietra, il verde cupo della valle, la quiete che traspira dalla scansione di ritmi ancora antichi, favorisce certamente questo suo processo di approfondimento della realtà. Nelle molteplici variazioni dei suoi “cielo e terra” oppure dei “bosco e cielo”, i verdi ed i bruni creano un armonico contrasto cogli azzurri del cielo che sembrano quasi esplodere fino a depositarsi in basso tra la vegetazione. I sui fiori piangono lacrime vere di colore che lentamente colano tra forme accartocciate di foglie e tappeti di bruni.

Con la sensibilità propria dell’artista che non ama la brezza leggera della critica che accarezza e non scuote, Gentilini affida le sue ricerche ad una realtà interiore per meglio esaltare la bellezza della vita.

 

(Lucio BUSI)


Ettore De Gregori

Profondo osservatore degli aspetti meno evidenti della realtà della natura, senza mai ricorrere a finzioni o semplici espedienti, Gentilini si addentra in questa sua esplorazione della realtà interna delle cose in modo serio e con costanza.

Gli impasti di colore, materici, aspri, accidentati rivelano l'ansia del ricercatore che vuol penetrare dentro la cosa per osservarne dall'interno la sua più nascosta realtà. I suoi lavori "cielo e terra", "prati e cielo" con gli orizzonti non delineati, vanno man mano subendo un'ampia evoluzione. Le forme assumono maggiore incisività, divengono più evolute, però rimane evidente la loro origine, l'essenza della struttura interna delle cose, oltre l'apparenza.

Anche la figura, tracciata con ampi tratti trasversali, vuole sottolineare la minore attenzione che Gentilini concede all'apparenza esterna se non come stimolo iniziale per l'esplorazione.

L'occhio dell'osservatore attento subisce un impatto estremamente fascinoso, ma la vera presa di coscienza dell'opera in sé, nella sua pienezza e complessità di significati, richiede tempi ovviamente più lunghi. Nel seguire li segni delle fenditure della materia, i gradini di colore, i trasudi dei colati, si percepisce l'esplorazione dell'autore.

E si vive insieme a lui il suo mondo fatto di realtà diversa e si gode il ruolo fantastico ed unico di partecipare alla creazione dell'opera.

(Ettore De Gregori)

Anna Maria Purificato

Il dubbio dell'esistenza, della realtà delle immagini, fa risalire alle origini, all'energia primaria colle sue componenti positive e negative che fluttuano senza forma nel mondo dell'onirico.

Come in un gioco, in questo mondo di materia pura, Gentilini, ignorando le componenti negative, si preoccupa del recupero di quelle positive e attraverso la sua memoria le condensa nei suoi spazi con forme e strutture sempre diverse.

Le nuove realtà vengono riproposte così, con corposità e con spessi strati materici creando, secondo l'angolazione di chi guarda, ombre in continua e costante mutazione.

Ombre e realtà si fondono e si sovrappongono in una musicale evoluzione di spessori, dando origine ad una miriade di immagini illusorie, così come appaiono evanescenti i confini tra sogno e realtà. Anche il legno delle sculture, nella solidità dei suoi spessori, in contrasto con le forme, sottolinea questi mutevoli segni di ombre in movimento.

Pur sempre, restando presente e sottile, il dubbio sulla realtà delle immagini, la materializzazione di queste nuove forme lascia trasparire, in modo inequivocabile,la forza delle componenti positive della ricerca artistica.

(Anna Maria Purificato)

Giovanni Prosperi

Il vero sole di Ernesto Gentilini

Cos'è questo splendore che struttura i quadri di Ernesto Gentilini quando perfino la notte appare luminosa? E' luce solare o lunare che ha un ruolo importante nell'ambito dell'immagine? E' la luce del vento che agita i capelli o solleva le vesti o s'infiltra tra gli alberi e disvela i monti?
Sono pennellate di luce improvvisa sugli sfondi meno determinati, vorrei dire più anonimi, ma così connessi con le presenze del resto dell'opera pittorica. Sono riflessi sui corpi, sui volti delle sue figure che ne restituiscono e ne contrassegnano il volume, gettati a cancellarne fisionomie particolari. Ed ecco che la luce è sola a definire la carne, i volti, i corpi, perfino i capelli in un cielo d'ambra e comunque tonale. Anche quando sono sole, le figure vincono la solitudine intessendo dialoghi fatti di aria e di luce. C'è un muoversi di particene pulviscolari sottolineate dalle pennellate sinuose e volteggianti in cui l'emozione viene destata dalla luce. Ancor più questo evento è riscontrabile nei gesti affettuosi delle coppie che innescano un movimento rotatorio che si avvicenda e si sviluppa proponendo, in un intreccio narrativo una chiarità immediata e innocente. Sono solo illusioni queste tracce di emozioni, di impressioni, di sentimenti fugaci, della coscienza, nelle raffigurazioni che Ernesto Gentilini mette in forma? Niente di tutto ciò. E' la lucentezza che investe perfino le ombre, infatti queste sono lavate dal tritume che spesso le accompagna, sotto questo baluginare sparso di luce esterna e decisiva, ancor più esattamente definitiva, non tanto più solare e fisica, quanto più irraggiamento dello Spirito che determina e scopre la poetica di Ernesto Gentilini. E allora siamo alla risposta conclusiva: dalla visione fìsica, espressa dalle domande all'inizio di questo intervento, passiamo alla percezione metafìsico trascendente determinata alPinvasiva e diffusa luce; alla presenza dell'assoluto, di cui il reale spesso difetta, concludendo, ecco la vera luce del più vero sole.

(Giovanni Prosperi)

 



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