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ANDRèE URSO
» Discipline: fotografia Parma (PR), IT LE FOTOGRAFIE POSSONO RAGGIUNGERE L'ETERNITà ATTRAVERSO IL MOMENTO. Sulla fotografia Le mani sollevano la macchina fotografica all' altezza degli occhi e il mondo scompare. Rapido o lento, secondo il grado di urgenza o di provocazione dell'immagine che sarà captata, il movimento delle mani ha risposto a uno stimolo visivo. Ora, da dietro il visore, l'occhio farà riapparire, non il mondo, ma un suo frammento, quel poco che può contenerne un rettangolo i cui lati, come lamine insensibili, tagliano e rifilano il corpo della realtà. In quell' estremo e infimo istante che precede lo scatto dell' obiettivo, e come se lungo le linee che imperativamente delimitano il visore esistesse una rete microscopica di condotte, il mondo esterno cercherà ancora di penetrare nello spazio che gli è stato sottratto, per lasciarvi un segno della sua obliterata dimensione. Frammento di un tutto o della sua apparenza, ogni fotografia, a sua volta, è frammento di frammenti, e, per un movimento di approssimazione ed espansione in tutte le direzioni, contemporaneamente al movimento contrario di conversione al punto di risoluzione che infine è, diviene, nell'immagine unica che presenta, lettura multipla del mondo. Ma questo ci verrà mostrato solo in seguito, quando l'immagine colta sarà passata, rivelata, sulla carta. Allora sapremo veramente cosa abbiamo visto; quando e dove ritenevamo solo di non aver fatto altro che guardare. Sparpagliamo davanti a noi le fotografie, le disponiamo per temi, argomenti, affinità, vogliamo che alcune facciano domande e altre rispondano, vorremmo che raccontassero una storia, anche se breve, anche se non dovessimo arrivare a conoscerne la fine. Ma sembra faccia parte della natura delle immagini, seppure colte da uno stesso oggetto e in un periodo di tempo minimo, che siano restie a perdere la loro identità; ciascuna vorrà essere, per ipotetiche ed esclusive virtù proprie, l'alfa e l' omega, non solo della comprensione di se stessa, ma anche di tutte le decifrazioni possibili dello spazio invisibile che la circonda, di quell'assenza rappresentata dal biancore dei margini. Quello che la fotografia non può mostrare è proprio ciò che presterebbe un senso di realtà a ciò che stesse mostrando. Per questo forse è corretto affermare che l'occhio che guarda la fotografia, proprio perché ciò che vede è fotografia, non è lo stesso, pur essendo lo stesso, che ha guardato e visto una parte del mondo per fotografarla. C'è chi fotografa volti, cercando nei loro tratti il cammino verso uno spirito che si crede abiti dietro di essi; c'è chi si contenta di captare la superficie piana e ovvia di una bellezza o di una bruttezza inspiegabili in se stesse; c'è chi accetta di farsi sorprendere dalla fotografia che ha scattato, proprio come si aspetta che venga a sorprendersi il suo osservatore. Oltre che un'immagine, che sarà allora il volto per il fotografò? Un discorso, una voce, una pluralità di discorsi e di voci? Espressivi sino alla frontiera dell'ineffabile, i volti sono ciò che più facilmente mostriamo e ciò che più di frequente occultiamo. I visi sono veramente autentici solo quando colti alla sprovvista: la paura, la collera, un impulso che non si può controllare, esprimono la verità totale di un volto. In situazioni non estreme il volto è quasi sempre, e soltanto, un certo volto riferito a una certa situazione. E questo il motivo per cui è capace di rivestirsi tanto facilmente di espressioni utili, simulando un sentimento che non prova, un'emozione quando il polso si mantiene fermo e il cuore tranquillo, un interesse quando è indifferente. O il contrario. Poiché sono, senza dubbio, strumenti della volontà, della necessità o del desiderio, le mani sono, ciononostante, incomparabilmente più libere del volto. Assumiamo un'espressione del viso, non guidiamo l'espressione delle mani, e se talvolta tentiamo di farlo, ben presto esse recuperano il loro autonomo modo di essere, contraddicendo spesso, senza che noi ce ne rendiamo conto, quello che il volto, artificiosamente, vuole far credere. Dicono gli antropologi che a loro, in gran parte, dobbiamo il cervello che abbiamo. Non si stenta a credere che sia così, tant'è facile sapere cosa sia un cervello, solo guardando ciò che fanno le mani. » PROSSIME MOSTRE Non sono segnalati eventi o mostre per questo artista » TESTI CRITICI
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